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DISCIPLINARE DI PRODUZIONE DEI VINI
A DENOMINAZIONE DI ORIGINE CONTROLLATA «ROMA»

Approvato con DM 02.08.2011 G.U. 194 – 22.08.2011
Modificato con DM 03.11.2011 G.U. 262 – 262 – 10.11.2011
Modificato con DM 30.11.2011 G.U. 295 – 20.12.2011
Pubblicato sul sito ufficiale del Mipaaf
Sezione Qualità e Sicurezza – Vini DOP e IGP
Modificato con DM 07.03.2014 Pubblicato sul sito ufficiale del Mipaaf
Sezione Qualità e Sicurezza – Vini DOP e IGP

 

Articolo 1
Denominazione e vini

La denominazione di origine controllata “Roma” è riservata ai vini che rispondono alle condizioni
ed ai requisiti prescritti dal presente disciplinare di produzione per le seguenti tipologie:

“bianco”;
“rosso”
“rosso riserva”;
“rosato”;
“Romanella” spumante;
“Malvasia puntinata”;
“Bellone”.
La specificazione “classico” e consentita per i vini della zona di origine più antica indicata
nell’ultimo comma dell’articolo 3, ad esclusione della tipologia Romanella “spumante”.

Articolo 2
Base ampeolografica

La denominazione di origine controllata “Roma“ è riservata ai vini ottenuti da uve provenienti da
vigneti composti, in ambito aziendale, dalla seguente composizione ampelografia:

– Bianco e “Romanella” spumante:
Malvasia del Lazio non meno del 50%
Bellone, Bombino, Greco b., Trebbiano giallo, Trebbiano verde
da soli o congiuntamente peralmeno il 35%

Possono concorrere altri vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione
per la Regione Lazio sino a un massimo del 15%.

– Rosso, rosato:
Montepulciano non meno del 50%
Cesanese comune, Cesanese di Affile, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Sirah
da soli o congiuntamente per almeno il 35%

Possono concorrere altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione
per la Regione Lazio sino a un massimo del 15%.

La denominazione di origine, “Roma”, con la specificazione di uno dei seguenti vitigni:
– Malvasia puntinata – Bellone
è riservata ai vini bianchi ottenuti da uve provenienti da vigneti costituiti per almeno l’85% dai
corrispondenti vitigni. Possono concorrere altri vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione per la
Regione Lazio sino a un massimo del 15%.

 

Articolo 3
Zona di produzione delle uve

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei vini designati con la denominazione “Roma”,
comprende l’intero territorio dei seguenti comuni ricadenti in provincia di Roma:
– Affile, Albano Laziale, Allumiere, Anguillara Sabazia, Anzio, Arcinazzo Romano, Ardea, Ariccia,
Bracciano, Campagnano di Roma, Canale Monterano, Capena, Castel Gandolfo, Castelnuovo di
Porto, Cave, Cerveteri, Ciampino, Civitavecchia, Colonna, Fiano Romano, Fonte Nuova, Formello,
Frascati, Gallicano nel Lazio, Genazzano, Genzano di Roma, Grottaferrata, Guidonia Montecelio,
Ladispoli, Lanuvio, Lariano, Manziana, Marcellina, Marino, Mentana, Monte Compatri, Monte
Porzio Catone, Montelibretti, Monterotondo, Montorio Romano, Moricone, Morlupo, Nemi,
Nerola, Nettuno, Olevano Romano, Palestrina, Palombara Sabina, Pomezia, Rocca di Papa, Rocca
Priora, Roiate, San Cesareo, San Polo dei Cavalieri, San Vito Romano, Santa Marinella,
Sant’Angelo Romano, Tolfa, Trevignano Romano, Velletri, Zagarolo;
e parte dei seguenti comuni:
– Artena per la sola isola amministrativa compresa tra il confine di Lariano,
Velletri e la provincia di Roma/Latina;
– Fiumicino ad esclusione dell’isola Sacra;
– Roma ad esclusione dell’area interna al GRA e di quella compresa tra il tratto del GRA che in
prossimità dell’incrocio con la via del Mare interseca il fiume Tevere e prosegue lungo il tracciato
dello steso fino alla diramazione del “canale di porto” raggiungendo la costa tirrenica. Da questo
punto si segue la costa in direzione sud raggiungendo il confine amministrativo del comune di
Pomezia; si segue tale confine fino ad incrociare la via Laurentina; da questo incrocio si prosegue in
direzione nord fino ad incrociare il GRA.
La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei vini designati all’art. 1 con la menzione
“classico”, comprende esclusivamente la parte del territorio del comune di Roma di cui sopra.

 

Articolo 4
Norme per la viticoltura

Le condizioni ambientali e di coltura dei vigneti destinati alla produzione dei vini di cui all’art. 1
devono essere quelle tradizionali della zona e comunque atte a conferire alle uve e ai vini derivanti
le specifiche caratteristiche di qualità.
La produzione massima di uva per ettaro di vigneto in coltura specializzata, nell’ambito aziendale,
non deve essere superiore, anche per le tipologie con la specificazione del vitigno,
ai limiti sotto indicati:

Bianco, Bellone, Malvasia puntinata,“Romanella” spumante: tonnellate 12
Rosso e rosato: tonnellate 10

A tale limite, anche in annate eccezionalmente favorevoli, la produzione dovrà essere riportata ai
limiti di cui sopra, purché quella globale del vigneto non superi del 20% il limite medesimo.
Le uve destinate alla produzione dei vini a denominazione “Roma” seguita o meno dal riferimento
al vitigno, devono assicurare al vino un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di:
– 11% per i vini bianchi;
– 11,5% per i vini rossi e rosati;
– 9,5% per i vini Romanella spumante

I sesti d’impianto, le forme di allevamento e i sistemi di potatura devono essere quelli generalmente
usati e atti a conferire alle uve e ai vini caratteristiche di qualità.
I sesti di impianto, per i vigneti impiantati a partire dalla data pubblicazione del presente
disciplinare di produzione, devono garantire un numero minimo di 3.000 ceppi per ettaro sul sesto
d’impianto in coltura specializzata.
E’ vietata ogni pratica di forzatura; è tuttavia ammessa l’irrigazione di soccorso.
La regione Lazio, con proprio decreto, sentite le organizzazioni di categoria interessate di anno in
anno, prima della vendemmia, tenuto conto delle condizioni ambientali e di coltivazione, può
stabilire un limite massimo di produzione di uva per ettaro inferiore a quello fissato dal presente
disciplinare, dandone immediata comunicazione al competente organismo di controllo.

Articolo 5
Norme per la vinificazione

Le operazioni di vinificazione, e spumantizzazione dei vini a denominazione di cui all’art.1, devono
essere effettuate all’interno del territorio di cui all’art. 3, compreso il territorio del comune di
Aprilia in provincia di Latina.

Nella vinificazione sono ammesse soltanto le pratiche atte a conferire
ai vini le proprie peculiari caratteristiche.

La resa massima dell’uva in vino finito, pronto per il consumo
non deve essere superiore al 70% per tutti i tipi di vino.

Qualora la resa uva/vino superi i limiti di cui sopra ma non oltre il 75%, l’eccedenza non ha diritto
ad alcuna denominazione; oltre il 75% di resa, decade il diritto alla denominazione di origine
controllata per tutto il prodotto.

Le tecniche di spumantizzazione per l’elaborazione della tipologia “Romanella spumante”, sono
quelle consentite per la categoria dei vini spumanti dalla legislazione vigente.

La tipologia “Roma” rosso riserva deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento non
inferiore a 24 mesi dalla vendemmia (decorrenza anno vendemmia 1 novembre).

La tipologia “Roma” bianco, anche con le specificazioni di vitigno, e “Roma rosato” deve essere
immessa in commercio non prima del 15 marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

La tipologia “Roma” rosso deve essere immessa in commercio
non prima del 15 giugno dell’anno successivo alla vendemmia.

La tipologia “Romanella” spumante deve essere immessa in commercio
non prima del 15 marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

 

Articolo 6
Caratteristiche dei vini al consumo


I vini a Denominazione di Origine Controllata “Roma” di cui all’art. 1 devono rispondere, all’atto
dell’immissione al consumo, alle seguenti caratteristiche:
Bianco – Classico bianco: colore: giallo paglierino talvolta con riflessi verdognoli;
odore: delicato, etereo; sapore: asciutto, armonico; titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,00% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.


Bellone – Classico Bellone:
colore: giallo paglierino con talvolta riflessi verdognoli; odore: caratteristico, fine, gradevole;
sapore: secco, equilibrato, sapido; titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,00% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.


Malvasia puntinata – Classico Malvasia puntinata:
colore: giallo paglierino carico;odore: caratteristico della varietà, gradevole; s
apore: secco, equilibrato, morbido; titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,00% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.


Rosso – Classico rosso:
colore: rosso rubino con riflessi violacei anche tendenti al granato con l’invecchiamento;
odore: caratteristico, intenso; sapore: secco, armonico, buona struttura e persistenza;
titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 22,0 g/l.

Rosso riserva – Classico rosso riserva
colore: rosso rubino con riflessi violacei anche tendenti al granato con l’invecchiamento;
odore: caratteristico, intenso;
sapore: secco, armonico, buona struttura e persistenza;
titolo alcolometrico volumico totale minimo 13,00% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 22,0 g/l.


Rosato – Classico rosato:
colore: rosato più o meno intenso; odore: delicato, fine;
sapore: secco, fresco, fruttato,sapido;
titolo alcolometrico volumico totale minimo 11,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.

Romanella spumante:
spuma: fine e evanescente; limpidezza: brillante;
colore: giallo paglierino tenue;odore: delicato, fine;
sapore: da brut a extradry;
titolo alcolometrico volumico totale minimo 11,00% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l; estratto non riduttore minimo: 15,0 g/l.

E’ in facoltà del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali modificare i limiti
dell’acidità totale e dell’estratto non riduttore con proprio decreto.

Articolo 7
Designazione e presentazione

Alla denominazione di origine controllata “Roma” è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione
diversa da quelle previste dal presente disciplinare di produzione, ivi compresi gli aggettivi extra, ad
eccezione della tipologia spumante, fine, scelto, selezionato, superiore e similari.
È tuttavia consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali e marchi
privati purché non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno il consumatore.
Nella designazione e presentazione del vino per tutte le tipologie previste dal presente disciplinare,
deve figurare l’annata di produzione delle uve esclusa la tipologia spumante.

 

Articolo 8
Confezionamento

I vini di cui all’art. 1 devono essere immessi al consumo soltanto in recipienti di vetro di volume
nominale fino a 1,500 litri.
I sistemi di chiusura delle bottiglie sono quelli ammessi dalla legislazione vigente, con l’esclusione
del tappo corona.
Per i vini spumanti sono previsti i sistemi di chiusura consentiti dalla normativa vigente.

 

Articolo 9
Legame con l’ambiente geografico

A) Informazioni sulla zona geografica.
1. Fattori naturali rilevanti per il legame.
La zona geografica delimitata ricade nella parte centrale della regione Lazio, si estende su una
superficie di circa 330.000 ettari e comprende i territori litoranei, la Sabina romana, i Colli Albani, i
Colli Prenestini e parte della Campagna romana, in provincia di Roma.
I terreni dell’area, risalenti al Quaternario, sono riconducibili a due principali unità geologiche: le
formazioni sedimentarie e le formazioni vulcaniche. Nella prima, prima presente nelle aree
pianeggianti della valle del Tevere e dell’Aniene, si hanno i sedimenti marini del Pliocene e
Pleistocene inferiore costituiti da un substrato di sedimenti alluvionali e marini, quali travertini,
sabbie, ghiaie, limi a volte coperti da depositi alluvionali recenti: procedendo verso il litorale si
trovano depositi formatisi in ambiente fluvio-palustre costituiti da alternanze di livelli sabbiosi,
sabbioso-argillosi e da formazioni di natura travertinosa, che progressivamente sono sostituiti da
argille di ambiente batiale e circalitorale, sabbie e calcareniti di ambiente infralitorale, sabbie di
ambiente costiero con vulcaniti albane intercalate e sabbie di ambiente eolico e fluviale (“Duna
antica”).
Nella seconda, le manifestazioni vulcaniche del complesso Sabatino e del Vulcano laziale della fine
del Pliocene, caratterizzate da fenomeni esplosivi, hanno generato terreni formati da vari tipi di tufo
a cui si sono sovrapposti ceneri e lapilli depositati in strati di notevole spessore e cementati in
misura diversa. Si possono distinguere: pozzolane (localmente dette “terrinelle”), cioè ceneri
vulcaniche del tutto prive di cementazione: si riscontrano nelle zone più lontane dalle bocche di
eruzione e danno luogo a terreni sabbiosi, profondi, permeabili all’acqua e senza ristagni né
superficiali né profondi; tufi litoidi, più o meno duri, derivati dalla cementazione delle ceneri e dei
lapilli, con diverse denominazioni locali (cappellacci, cappellacci teneri, occhio di pesce, occhio di
pernice, ecc.), coprono la parte maggiore del territorio considerato. Sono di scarsa o nulla
permeabilità all’acqua e alle radici ed è necessario pertanto procedere a scassi profondi per
permettere agli agenti atmosferici di attivare la pedogenesi e mettere a disposizione delle colture, in
particolare della vite, uno strato sufficiente di terreno agrario per lo sviluppo radicale e la nutrizione
idrica e minerale; rocce laviche, dure, poco attaccabili dai mezzi meccanici e dagli agenti
atmosferici. Coprono una minima parte del territorio in zone vicine ai crateri di eruzione. In
generale danno origine a terreni di scarso spessore dove s’insedia il pascolo o il bosco; alluvioni
recenti formatesi nelle zone pianeggianti per deposito alluvionale proveniente dalle pendici
sovrastanti. I terreni derivati sono profondi, tendenzialmente argillosi, spesso umidi. Sono anche
presenti calcari bianchi e avana con componente organogena e detritica (resti di bivalvi e alghe
calcaree), marne contenenti una sensibile quantità di argilla, prevalentemente nella parte superiore
del terreno, e formazioni Argilloso-Arenacee, composte da un’alternanza di argille e arenarie che
sono preponderanti verso l’alto della formazione, dove si passa da una giacitura stratificata a una
massiva.
L’altitudine dei terreni coltivati a vite è compresa tra i 0 e i 600 m s.l.m., con pendenza variabile:
l’esposizione generale è orientata verso ovest, sudovest e sud.
Il clima dell’area è di tipo temperato-mediterraneo ed è caratterizzato da precipitazioni medie annue
comprese tra i 810 ed i 1233 mm, più copiose nelle zone più acclivi, con aridità estiva nei mesi
luglio, agosto (pioggia 73-147 mm), più pronunciata e presente anche nel mese di giugno, e
sporadicamente anche a maggio, alle quote più basse. La temperatura media è compresa tra i 12,8
ed i 15,6°C: freddo prolungato da novembre ad aprile, più intenso nelle zone acclivi, con
temperatura media inferiore ai 10°C per 3-4 mesi l’anno e temperatura media minima del mese più
freddo dell’anno che oscilla tra 2,3 e 4,0° C.
La combinazione tra natura del terreno e fattori climatici fanno della zona delimitata come DOC
Roma un territorio altamente vocato alla produzione di vini di pregio.
2. Fattori umani rilevanti per il legame.
Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al territorio di produzione, che per consolidata
tradizione hanno contribuito ad ottenere il vino “Roma”.
I Romani fin dall’epoca dei re appresero dagli Etruschi le tecniche vitivinicole: nel II° secolo a.C: la
vitivinicoltura raggiunse livelli molto elevati ed il vino era consumato anche in locali pubblici di
vendita (thermopolia). Molto rilevante era l’esportazione, tanto che il porto di Ostia divenne un vero
emporio vinario. Con la crisi dell’Impero romano (III-IV secolo d.C) causata dalle lotte interne,
dalle invasioni dei barbari, dal disordine politico e amministrativo e dall’insicurezza pubblica, iniziò
anche il declino della viticoltura: molti agricoltori, inoltre, estirpavano i vigneti per non subire le
forti tasse cui erano assoggettati, tanto che nel IV secolo l’imperatore Teodosio, per frenare questo
fenomeno, decise la pena di morte per chi – sacrilega falce – tagliava le viti. Verso la fine
dell’Impero Romano di Occidente, la superficie viticola aveva subito una sensibile riduzione,
mantenendosi in prevalenza nelle aree vicine alla città di Roma. Dopo la caduta dell’Impero
Romano di Occidente, tra il V e il X secolo, un importante contributo alla conservazione ed al
miglioramento del patrimonio vitivinicolo venne dato dai vescovi, dai monaci, dagli ordini religiosi
e dalla nobiltà laica. Con la fine della barbarie, la viticoltura si diffuse nuovamente e si razionalizzò
fino a diventare la coltura principale, grazie anche alla grande richiesta di vino di Roma, sede della
corte papale e teatro di un forte aumento della popolazione.
Nei territori soggetti allo Stato Pontificio la viticoltura fu una delle coltivazioni primarie ed i Papi le
dedicarono particolare attenzione per il gran conto in cui tenevano il vino, sia come elemento
liturgico, sia come parte essenziale della loro mensa, sia infine, ma certo non da ultimo, per il suo
valore commerciale. Tanto importante è il vino nella mentalità dell’epoca, che negli statuti della città
di Roma si trova scritto che un forestiero non poteva usufruire del diritto di cittadinanza, se non
possedeva una casa dentro Roma ed anche una vigna nel raggio di tre miglia dalla città.
Al 1692 risale la fondazione di un’Accademia dei Vignaioli e la stesura di una pianta dell’agro
romano voluta da papa Alessandro VII, dalla quale risulta che l’estensione delle vigne che
circondavano Roma era di circa 4839 rubbi (8945 ettari).
I Papi proteggono con appositi editti la vite, si registra un prosperare di osterie e locande dettato
dalla presenza del Papa e dall’affluenza di pellegrini. L’importanza del commercio del vino è
dimostrata anche dall’esistenza di ben sette corporazioni. I membri della corporazione o Università
dei Tavernieri, che risaliva al 1481, si dividevano in Tavernieri, che fornivano anche alloggio e
Bettolieri, cioè mercanti al minuto soltanto di vino romanesco e dell’agro romano. A Pio IX si deve
l’aver fatto nascere, nel 1854, l’Università dei mercanti di vino, riunendo così in un unico
organismo le troppe associazioni esistenti. Stemma di questo Collegium Vinariorum Urbis era un
sole che dava luce ad una vite con la scritta “vinea nostra floruit”, stemma che si conserva ancora
oggi nel cortile della chiesa di Santa Maria in Trivio.
Nei corso dei secoli la viticoltura ha mantenuto il ruolo di coltura principe del territorio, fino
all’attualità, come testimoniano le numerose sagre e feste che annualmente vengono celebrate nei
paesi ricadenti nell’areale di produzione e tra cui spiccano la Sagra dell’uva di Marino (la prima
edizione risale al 1925) e la Festa dell’uva e dei vini di Velletri (1930).
L’incidenza dei fattori umani, nel corso della storia, è in particolare riferita alla puntuale
definizione dei seguenti aspetti tecnico produttivi, che costituiscono parte integrante del vigente
disciplinare di produzione:
– base ampelografica dei vigneti: i vitigni idonei alla produzione del vino in questione, sono quelli
tradizionalmente coltivati nell’area geografica considerata: la Malvasia del Lazio, il Bellone, il
Bombino bianco ed il Trebbiano giallo e verde per i vini bianchi, il Montepulciano, il Cesanese di
Affile, il Cesanese Comune, il Sangiovese per i vini rossi;
– le forme di allevamento, i sesti d’impianto e i sistemi di potatura che, anche per i nuovi impianti,
sono quelli tradizionali e tali da perseguire la migliore e razionale disposizione sulla superficie delle
viti, sia per agevolare l’esecuzione delle operazioni colturali, sia per consentire la razionale gestione
della chioma, permettendo di ottenere una adeguata superficie fogliare ben esposta e di contenere le
rese di produzione di vino entro i limiti fissati dal disciplinare (84 hl/ha per le tipologie bianche e 70
hl/ha per le tipologie rosse e rosate);
– le pratiche relative all’elaborazione dei vini, che sono quelle tradizionalmente consolidate in zona
per la vinificazione in rosso dei vini tranquilli, adeguatamente differenziate per la tipologia di base
e le tipologie riserva e superiore, riferite quest’ultime a vini rossi maggiormente strutturati, la cui
elaborazione comporta determinati periodi di invecchiamento ed affinamento in bottiglia
obbligatori.

B) Informazioni sulla qualità o sulle caratteristiche del prodotto essenzialmente o esclusivamente
attribuibili all’ambiente geografico.
La DOC “Roma” è riferita a sette tipologie di vino bianco (“bianco”, “Classico bianco”, “Bellone”,
“Classico Bellone”, “Malvasia puntinata”, “Classico Malvasia puntinata”, “Romanella spumante”), a
due tipologie di vino rosato (“rosato”, “Classico rosato”) e a quattro tipologie di vino rosso (“rosso”,
“Classico rosso”, “rosso Riserva”, “Classico rosso Riserva) che dal punto di vista analitico ed
organolettico presentano caratteristiche molto evidenti e peculiari, descritte all’articolo 6 del
disciplinare, che ne permettono una chiara individuazione e tipicizzazione legata all’ambiente
geografico.
Nello specifico le singole tipologie di vino si caratterizzano:
– “Roma” bianco – Classico bianco: vino fresco ed equilibrato, con colore giallo paglierino talvolta
con riflessi verdognoli, odore delicato etereo con note floreali e fruttate, sapore asciutto e armonico.
– “Roma” Bellone – Classico Bellone: vino fresco ed equilibrato, con colore giallo paglierino talvolta
con riflessi verdognoli, odore caratteristico, gradevole con note floreali e fruttate, sapore secco,
equilibrato, sapido.
– “Roma” Malvasia puntinata – Classico Malvasia puntinata: vino fresco ed equilibrato, con colore
giallo paglierino carico, odore caratteristico della varietà, gradevole con note floreali e fruttate,
sapore secco, equilibrato, morbido.
– “Roma” rosso – Classico rosso: buona struttura e presenza di buone dotazioni polifenoliche e
tanniche polimerizzate, che conferiscono al vino un giusto corpo e assenza di ruvidezza. Il vino
presenta un colore rosso rubino con riflessi violacei anche tendenti al granato con l’invecchiamento,
odore intenso e caratteristico con sentori fruttati, sapore secco, armonico con buona struttura e
persistenza.
– “Roma” rosso Riserva – Classico rosso Riserva: buona struttura e presenza di buone dotazioni
polifenoliche e tanniche polimerizzate, che conferiscono al vino un giusto corpo, assenza di
ruvidezza e buona longevità. Il vino presenta un colore rosso rubino con riflessi violacei anche
tendenti al granato con l’invecchiamento, odore intenso e caratteristico con sentori fruttati che
sfumano a favore di quelli speziati o fenolici associabili al legno, sapore secco, armonico con buona
struttura e persistenza.
– “Roma” rosato – Classico rosato: leggero di corpo, fresco, vivace, con colore rosato più o meno
intenso, odore delicato, fine, sapore secco, fresco, fruttato,sapido.
– “Roma” Romanella spumante: vino fresco ed equilibrato, con colore giallo paglierino tenue con
perlage fine ed evanescente, odore delicato e fine, sapore armonico, vivace da brut a extradry .
Al sapore tutti i vini presentano un’acidità normale, un amaro poco percepibile, poca astringenza e
buona struttura, che contribuiscono al loro equilibrio gustativo.


C) Descrizione dell’interazione causale fra gli elementi di cui alla lettera A) e quelli di cui alla lettera
B).
L’orografia pianeggiante e collinare dell’areale di produzione, che comprende i territori litoranei, la
Sabina romana, i Colli Albani, i Colli Prenestini e parte della Campagna romana, e l’esposizione ad
ovest, sud-ovest, sud concorrono a determinare un ambiente arioso, luminoso e con un suolo
naturalmente sgrondante dalle acque reflue, particolarmente vocato per la coltivazione dei vigneti del
vino “Roma”. Da tale area sono peraltro esclusi i terreni ubicati a quote troppo basse non adatti ad una
viticoltura di qualità.
Anche la tessitura e la struttura chimico-fisica dei terreni interagiscono in maniera determinante con la
coltura della vite, contribuendo all’ottenimento delle peculiari caratteristiche fisico chimiche ed
organolettiche del vino “Roma”.
In particolare, i terreni di origine sedimentaria e vulcanica, sono costituiti sedimenti alluvionali e
marini, quali travertini, sabbie, ghiaie, limi a volte coperti da depositi alluvionali recenti, da depositi
formatisi in ambiente fluvio-palustre costituiti da alternanze di livelli sabbiosi, sabbioso-argillosi, da
argille di ambiente batiale e circalitorale, sabbie e calcareniti di ambiente infralitorale, sabbie di
ambiente costiero con vulcaniti albane intercalate e sabbie di ambiente eolico e fluviale (“Duna
antica”). Sono presenti anche pozzolane (localmente dette “terrinelle”), cioè ceneri vulcaniche del
tutto prive di cementazione che danno luogo a terreni sabbiosi, profondi, permeabili all’acqua e senza
ristagni né superficiali né profondi; si hanno anche limi e sabbie gialle mescolate a ciottolini calcarei e
silicei sparsi o concentrati e argille azzurre e grigie di ambiente lacustre e terreni riconducibili alle
terre rosse con tessitura argillo-limosa che presentano, in genere, limitato spessore ed un sottosuolo
coerente. Trattasi di terreni con caratteristiche tali da renderli idonei ad una vitivinicoltura di qualità.
Anche il clima dell’areale di produzione, caratterizzato da precipitazioni abbondanti (1065 mm), con
scarse piogge estive (105 mm) ed aridità nei mesi di luglio e agosto, più pronunciata e presente anche
nel mese di giugno, e sporadicamente anche a maggio, alle quote più basse, da una buona temperatura
media annuale (14.2 °C), unita ad una temperatura relativamente elevata e ottima insolazione nei mesi
di settembre ed ottobre, caratterizzato nella fase finale, da una elevata escursione termica tra notte e
giorno, consente alle uve di maturare lentamente e completamente, contribuendo in maniera
significativa alle particolari caratteristiche organolettiche del vino “Roma”.
In particolare, la combinazione tra le caratteristiche del terreno ed i fattori climatici, determina per i
vini bianchi, la produzione di significative quantità di precursori aromatici che consentono di esaltare
le caratteristiche organolettiche e i sentori tipici dei diversi vitigni e per i vini rossi un’ottimale
maturazione fenolica, che unita ad un ottimale rapporto tra zuccheri e acidi permette di ottenere vini
caratterizzati da elevata struttura, un grande equilibrio fra le diverse componenti.
La millenaria storia vitivinicola riferita alla terra del “Roma”, dall’epoca romana, al medioevo, fino ai
giorni nostri, attestata da numerosi documenti, è la generale e fondamentale prova della stretta
connessione ed interazione esistente tra i fattori umani e la qualità e le peculiari caratteristiche del
“Roma”.
Ovvero è la testimonianza di come l’intervento dell’uomo nel particolare territorio abbia, nel corso dei
secoli, tramandato le tradizionali tecniche di coltivazione della vite ed enologiche, le quali nell’epoca
moderna e contemporanea sono state migliorate ed affinate, grazie all’indiscusso progresso scientifico
e tecnologico, fino ad ottenere i rinomati vini “Roma”, le cui peculiari caratteristiche sono descritte
all’articolo 6 del disciplinare.
Nella storia di Roma, dalle origini alla caduta dell’Impero, il vino ha sempre svolto un ruolo di primo
piano e per giunta polivalente: accanto alla sua indispensabile funzione nell’alimentazione quotidiana,
ha avuto un posto di rilievo anche nel campo della medicina ed in ambito religioso, raggiungendo il
culmine della sacralità con il Cristianesimo.
Agli inizi dell’età imperiale la coltivazione della vite si estese ulteriormente (anche in terreni fertili per
ottenere più elevate produzioni) allo scopo di produrre il vino necessario per soddisfare l’esportazione
e l’aumento del consumo interno.
I Romani destinavano a vigneto le terre più idonee e perciò preferivano il suolo vulcanico dei Colli
Laziali, di Caere, della Sabina. Columella ci ha lasciato ne l’Arte dell’agricoltura un’interessante
descrizione delle ville rustiche romane, dove la coltivazione principale era quella della vite. Oltre alla
parte così detta urbana, dimora del padrone dotata di ogni genere di confort, c’era la parte detta
fructuaria, dove si lavoravano e si conservavano, oltre al grano, soprattutto vino e olio d’oliva.
Gabelle, proibizioni, bandi ed editti proliferarono intorno al vino, come dimostrano i regesti e i
numerosi libri della gabella del vino conservati nell’Archivio di Stato di Roma a partire dal 1422. In
tal modo il potere papale disciplinava la produzione nei vigneti di Roma e dei territori circostanti.
Proprio sotto il pontificato di Paolo III il mercato romano fu invaso dai vini dei Castelli, della
Sabina, dei Colli predestini, sia perché il vino romanesco non era sufficiente per il consumo della
città, sia perché papi e cardinali amavano avere sulle mense vini diversi e di qualità. La
diversificazione tra vino romanesco (quello prodotto entro sette miglia dal Campidoglio) e vino dei
Castelli è attestato fino al XIX secolo.
Nel 1539, Sante Lancerio, bottigliere di Paolo III Farnese, nella sua opera Della natura dei vini e
dei viaggi di Paolo III descritti da Sante Lancerio suo bottigliere, ci ha lasciato numerose
informazioni sui vini romaneschi, per la gran parte robusti e adatti all’invecchiamento. I migliori, a
suo dire, erano quelli che si producevano dalle vigne sul Gianicolo, fuori dalla Porta di San
Pancrazio, in Vaticano e a Monte Mario, conosciuto come il vino di maggior pregio.
Per quanto concerne il vino romano, il periodo più nero coincise con il trasferimento del Papato ad
Avignone agli inizi del XIV secolo. Durante il pontificato dei Papi Avignonesi, infatti, i vini italiani
in genere furono temporaneamente messi in disparte a favore di quelli francesi. Intorno alla prima
metà del XVI secolo, toccò a Paolo III della famiglia Farnese (1534- 1549) rendere nuovamente
giustizia al vino nostrano, che finalmente tornò a troneggiare sulle mense papali. Sui sette colli
sorsero splendide ville attorniate da giardini, boschi e soprattutto vigne, dove nobili, cardinali e gli
stessi papi trascorrevano le loro vacanze.
Nel 1596 il Bacci in Sulla storia dei vini, dei vini d’Italia e dei conviti degli antichi in sette libri, ci
conferma che la Roma cinquecentesca è una città ammantata di vigneti e si sofferma ad elencare le
vigne più importanti: quelle di San Pancrazio, di Porta Pinciana e di Monte Mario, che producono i
vini romaneschi migliori, moscatelli e trebbiani, e poi quelle sull’Aventino, il Celio, il Quirinale e
l’Esquilino, anch’esse di discreta qualità. Per quanto concerne i vini dell’hinterland romano, si parla
dei vini di Ariccia e di Albano, per il quale l’autore esprime particolare lode, di Marino, di Colonna,
del Tuscolo, di Castel Gandolfo e di Velletri, nell’area dei Castelli Romani.
Anche lo scrittore francese Michel de Montaigne, fermatosi a Roma tra il 1580 e il 1581, narra nel
Giornale di viaggio in Italia le sue giornate romane impegnate a visitare antichità e vigne,
indicando tra le più degne di nota quella d’Este a Monte Cavallo (l’odierno Quirinale), la Farnese
sul Palatino e quella di Villa Madama. La Roma papale si ammanta di verde riempiendosi di ville e
di vigne. Nella Pianta di Roma di Leonardo Bufalini, redatta nella prima metà del XVI secolo, si
contano 43 vigne. Anche il gesuita Eschinardi nella Descrizione di Roma e dell’agro
romano(1750), oltre a citare numerose vigne all’interno delle mura, riporta a conferma
dell’estensione della coltivazione “…vigne, le quali per l’ordinario si stendono fuori Roma tra le
due e tre miglia”.
Nei primi decenni del diciannovesimo secolo i vigneti sono presenti in tutta Roma in grande
numero, tanto che sia il Venuti nella Accurata e succinta descrizione topografica delle antichità di
Roma (1824) che il Nibby in Roma nell’anno 1838, riportano ben 120 toponimi di vigna, tutti entro
le mura o nelle immediate vicinanze. E a testimonianza di questa ’”epoca d’oro” rimane la
toponomastica di molte vie romane: Vigna Clara, Vigna Stelluti, Vigna Pia, Via delle Vigne Nuove,
via di Vigna Fabbri, Vigna Murata, via di Vigna Putti. Famose erano le vigne di alcuni pontefici
come quella di Clemente VII, a Monte Mario. Rinomata anche la villa di Sisto V sull’Esquilino,
costruita anche questa nel bel mezzo di una vigna, posta nel luogo più elevato di Roma e quella di
Leone XIII (1878-1903). La più nota però era la villa di Giulio III (1550-1555), che si trovava in
una zona di Roma conosciuta un tempo come Vigna Vecchia, nei pressi di Villa Borghese. Si dice
che il pontefice amasse talmente dedicarsi alla sua vigna da trascurare persino il concistorio. Villa
Borghese nacque nel 1580 intorno ad una vigna, alla quale se ne aggiunsero altre fino al 1833. Tra
le numerose stampe che Bartolomeo Pinelli ha dedicato alle vedute romane, ce ne sono alcune che
testimoniano che ancora fino al XIX secolo si vendemmiava a Villa Borghese come sull’Aventino.
Tra le testimonianze tecniche risalenti alla fine dell’Ottocento e relative alla coltivazione della vite
nel territorio romano, preziosissima è la monografia dell’onorevole Camillo Mancini, pubblicata nel
1888 ed intitolata Il Lazio viticolo e vinicolo. Vi si apprende che la viticoltura avveniva ancora
essenzialmente secondo i precetti del latino Columella e che, specie dentro Roma, si coltivavano
comunemente in mezzo ai filari finocchi e carciofi con il deprecabile risultato, a giudizio
dell’autore, di conferire al vino il classico sapore amarognolo proprio del carciofo. Sempre il
Mancini ci informa che i vitigni più comuni a quei tempi erano il trebbiano verde e bianco, il bello
e il buonvino per quanto concerne i vini bianchi, il cesanese, il buonvino rosso, la lacrima e
l’aleatico per i rossi. In Agricoltura e quistioni economiche: che la riguardano, (1860) Vol. 2,
Frédéric Passy riporta “La coltura della vigna è nondimeno una di quelle che più aggradiscono gli
abitanti, è la sola che si permetta il romano, e Roma è tutta circondata di vigne e vigneti. Si va alla
vigna come fra noi si andava ai campi per diporto, ed ogni villa suburbana porta scritto sul sommo
della sua entrata Vigna di…., e il nome del proprietario. Si usano insieme negli Stati Romani due
metodi di coltura affatto diversa: l’una, generalmente in uso nei dintorni di Roma e nelle paludi
Pontine, consiste a sostenere il tralcio per mezzo di canne che si fanno espressamente crescere in
grandissimo numero..”.
Con la crescita urbana di Roma iniziata subito dopo il 1870, l’estensione delle vigne si ridusse e le
produzioni si allontanarono dalle zone di consumo. L’espansione della città continuò
prevalentemente lungo gli assi della Flaminia, Salaria, Nomentana, Tiburtina e dell’Appia.
L’urbanizzazione comportò la concentrazione delle produzioni nelle zone maggiormente vocate:
Castelli Romani, Cerveteri, Sabina. Anche se la vite si “allontana” dalla città di Roma, resta un
elemento di aggregazione e richiamo nella cultura popolare.
Il vino è ancora oggi una voce importante dell’economia del territorio romano e, come ai tempi di
Virgilio, Bacco continua a prediligere i colli, cosicché soprattutto l’hinterland romano appare
inequivocabilmente vocato all’antica coltura.

Articolo 10
Riferimenti alla struttura di controllo

Nome e Indirizzo: Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura di Roma
Via Appia Nuova 218 – 00179 Roma
Telefono 06/52082699 – Fax 06/52082494; E-mail lcm.amministrazione@rm.camcom.it
La C.C.I.A.A. di Roma è l’Autorità pubblica designata dal Ministero delle politiche agricole
alimentari e forestali, ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo n. 61/2010 (Allegato 1), che
effettua la verifica annuale del rispetto delle disposizioni del presente disciplinare, conformemente
all’articolo 25, par. 1, 1° capoverso, lettera a) e c), ed all’articolo 26 del Reg. CE n. 607/2009, per
i prodotti beneficianti della DOP, mediante una metodologia dei controlli combinata (sistematica
ed a campione) nell’arco dell’intera filiera produttiva (viticoltura, elaborazione, confezionamento),
conformemente al citato articolo 25, par. 1, 2° capoverso.
In particolare, tale verifica è espletata nel rispetto di un predeterminato piano dei controlli,
approvato dal Ministero, conforme al modello approvato con il DM 14 giugno 2012, pubblicato in
G.U. n. 150 del 29.06.2012 (Allegato 2).