Nella storia di Roma, dalle origini alla caduta dell’Impero, il vino ha sempre svolto un ruolo di primo piano e per giunta polivalente: accanto alla sua indispensabile funzione nell’alimentazione quotidiana, ha avuto un posto di rilievo anche nel campo della medicina ed in ambito religioso, raggiungendo il culmine della sacralità con il Cristianesimo.
I Romani fin dall’epoca dei re appresero dagli Etruschi le tecniche vitivinicole: nel II secolo a.C. la vitivinicoltura raggiunse livelli molto elevati e il vino era consumato anche in locali pubblici di vendita (thermopolia). I Romani destinavano a vigneto le terre più idonee e perciò preferivano il suolo vulcanico dei Colli Laziali, di Caere, della Sabina. Columella ci ha lasciato ne “L’Arte dell’agricoltura” un’interessante descrizione delle ville rustiche romane, dove la coltivazione principale era quella della vite. Oltre alla parte così detta urbana, dimora del padrone dotata di ogni genere di confort, c’era la parte detta fructuaria, dove si lavoravano e si conservavano, oltre al grano, soprattutto vino e olio d’oliva.

Molto rilevante era l’esportazione, tanto che il porto di Ostia divenne un vero e proprio emporio vinario. Con la crisi dell’Impero Romano (III-IV secolo d.C.) a cause delle lotte interne, dalle invasioni barbariche, dal disordine politico e amministrativo e dall’insicurezza pubblica, iniziò anche il declino della viticoltura. Molti agricoltori estirparono i vigneti per non subire le pesanti tasse cui erano assoggettati, tanto che nel IV secolo l’imperatore Teodosio, per frenare questo fenomeno, decise la pena di morte per chi – sacrilega falce – decidesse di tagliare le viti. Ma verso la fine dell’Impero Romano d’Occidente, la superficie viticola aveva subito una sensibile riduzione, mantenendosi in prevalenza nelle aree vicine alla città di Roma. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, tra il V e il X secolo, un importante contributo alla conservazione e al miglioramento del patrimonio vitivinicolo venne invece dato dai vescovi, dai monaci, dagli ordini religiosi e dalla nobiltà laica. Con la fine della barbarie, la viticoltura si diffuse nuovamente e si razionalizzò fino a diventare la coltura principale, grazie anche alla grande richiesta di vino di Roma, sede della corte papale e teatro di un forte aumento della popolazione. A testimonianza dell’importante rilevanza del vino nella mentalità dell’epoca, negli statuti della città di Roma si trova scritto che un forestiero non poteva usufruire del diritto di cittadinanza, se non possedeva una casa dentro Roma e anche una vigna nel raggio di tre miglia dalla città.
Nel 1596 il Bacci in “Sulla storia dei vini, dei vini d’Italia e dei conviti degli antichi in sette libri” ci conferma che la Roma cinquecentesca è una città ammantata di vigneti e si sofferma ad elencare le vigne più importanti: quelle di San Pancrazio, di Porta Pinciana e di Monte Mario, che producono i vini romaneschi migliori, moscatelli e trebbiani, e poi quelle sull’Aventino, il Celio, il Quirinale e l’Esquilino, anch’esse di discreta qualità. Per quanto concerne i vini dell’hinterland romano, si parla dei vini di Ariccia e di Albano, per il quale l’autore esprime particolare lode, di Marino, di Colonna, del Tuscolo, di Castel Gandolfo e di Velletri, nell’area dei Castelli Romani.
Risale al 1692 la fondazione di un’Accademia dei Vignaioli e la stesura di una pianta dell’agro romano voluta da papa Alessandro VII, dalla quale risulta che l’estensione delle vigne che circondavano Roma era di circa 4839 rubbi (8.945 ettari).
Con la crescita urbana di Roma iniziata subito dopo il 1870, invece, l’estensione delle vigne si ridusse e le produzioni si allontanarono dalle zone di consumo. L’espansione della città continuò prevalentemente lungo gli assi della Flaminia, Salaria, Nomentana, Tiburtina e dell’Appia. L’urbanizzazione comportò la concentrazione delle produzioni nelle zone maggiormente vocate: Castelli Romani, Cerveteri, Sabina. Anche se la vite si “allontana” dalla città di Roma, resta un elemento di aggregazione e richiamo nella cultura popolare. Il vino è ancora oggi una voce importante dell’economia del territorio romano e, come ai tempi di Virgilio, Bacco continua a prediligere i colli, cosicché soprattutto l’hinterland romano appare inequivocabilmente vocato all’antica coltura.

Nei corso dei secoli la viticoltura ha mantenuto il ruolo di coltura principe del territorio, fino ai tempi attuali, come testimoniano le numerose sagre e feste che annualmente vengono celebrate nei paesi ricadenti nell’areale di produzione. Tra queste spiccano la Sagra dell’uva di Marino (la prima edizione risale al 1925) e la Festa dell’uva e dei vini di Velletri (1930).

 

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